Ormai
sono mesi che ci incrociamo al bar per la colazione.
Non
ho idea di chi sia e cosa faccia.
E,
come spesso accade, le parole mattutine sono quelle che danno
l’imprinting alla giornata.
Al
termine, quando di solito scatta la sigaretta e l’augurio della
buona giornata,
rovistando
nella borsa sacramenta per aver dimenticato il cellulare in casa.
Solleva
gli occhi, come ad implorare.
“Dai,
ti accompagno, è presto per me”.
“Che
dolce che sei, grazie, vieni”
Ed
infila la mano sotto il mio braccio avviandosi.
Pochi
passi ed il portone ci offre il calore di contrasto con il freddo
mattutino.
Ascensore
e poche parole.
Ma
una volta dentro la piccola scatola i suoi occhi diventano languidi,
e
la sua gamba si infila tra le mie.
Non
ci metto molto, prendo il suo collo nella mia mano destra e le
sollevo la testa costringendola innaturalmente sulle punte.
Si
scioglie, sento il suo corpo e la sua mente abbandonarsi totalmente,
probabilmente
la sua figa inizia inesorabile a produrre miele per bagnare le
mutandine.
Arriviamo
alla porta ed il suo corpo vibra visibilmente, vedo le sue mani
leggermente tremolanti mentre infila la chiave.
Il
calore della casa è forte, e l’eccitazione di entrambi non aiuta.
Siamo
due animali che secernono umori e odori per attirare e ammaliare.
Le
sono addosso, sollevo la gonna e strappo con forza i collant.
Scuotendola
deciso apro la strada per una veloce possessione del suo corpo.
Abbasso
le mutandine di pizzo bianco e rabbioso le infilo due dita in quel
lago che ormai vive e pulsa tra le sue gambe.
Geme
e miagola la puttanella, è quello che vuole, sentirsi usata come un
qualsiasi pezzo di carne per il piacere del maschio.
Le
sbatto le braccia aperte contro il muro e affondo il cazzo dentro di
lei che mi osserva con occhi sbarrati e lingua maliziosa che esce
leggermente dalle labbra.
Sbava
sul mento il suo piacere, come sgorga dolce sulla mia carne il suo
umore di femmina da monta.
Non
ci sono più regole, confini, galateo, pensieri a frenare i nostri
bassi istinti.
Esiste
un cazzo e una figa, il resto è solo contorno per portarli in giro
ad accoppiarsi.
Monto
selvaggio e rabbioso quella donna,
le
offro il piacere e l’orgasmo perpetuo che mi espone con lunghi
miagolii misti a suoni gutturali.
Le
sue mani si contraggono nelle ondate di piacere, stringono le mie
dita cercando la complicità per procurarsi nuovo ed ulteriore
piacere.
Anch’io
voglio il mio piacere, di cazzo te ne ho già dato abbastanza.
Ora
penso a me.
Colpi
forti, mentre spacco i suoi fianchi che le fanno rimbalzare il culo
contro il muro.
Mordo
il suo collo e lascio che il mio seme inondi la sua figa bollente.
Trattiene
il fiato mentre libero un urlo animale di piacere.
Mi
accascio addosso a lei, schiacciata dalla mia possanza contro il
muro.
Poco
alla volta rilasso i muscoli che nell’orgasmo si sono tutti
contratti.
Appoggio
la testa alla sua spalla.
Dolcemente
mi ringrazia leccando il mio collo,
come
una cagna lecca il muso del suo maschio dopo l’atto.
Lasciva,
riconoscente, terribilmente eccitante e sinuosa.
Uno
sguardo tra noi.
Mi
ricompongo, mentre lei corre in camera per cambiarsi l’intimo
imbrattato di umori e le calze distrutte.
Il
tempo di una scorsa ai titoli dei libri ammassati sulla mensola, e
riappare sorridente.
Ancora
ascensore.
Ancora
portone.
Ancora
strada.
Ancora
una giornata di lavoro da affrontare.