giovedì 8 marzo 2007

Il Pasto

Ormai era il periodo della passione, in pieno ululare di ormoni, che ci spingeva a desiderarci per nulla, tutto era collegato, ogni particolare della giornata spingeva la mente al desiderio di possederci. Odori, canzoni, riti quotidiani, nulla passava come evento normale, tutto era l'inizio di un pensiero perverso che affondava le radici nella bestia che alberga dentro ogni essere umano, l'animalità e l'istinto primordiale che probabilmente riusciamo ad esprimere solo nel sesso, nell'amore e nei pensieri più trasgressivi. Quella settimana il lavoro ebbe un leggero calo, una flessione naturale e normale che mi portava ad avere maggiore tempo libero, anche se, sinceramente, avrei potuto avere anche mille incontri con capi di stato, che il tempo per la mia bambina l'avrei trovato a costo di rimandare un incontro con il G8! In ufficio quella mattina avevo già sbrigato ogni incombenza e al caffè delle 10.00 ero già sul sentiero del piacere, insistentemente ormai da qualche minuto pensavo ossessivamente al suo seno, che turgido e malizioso mi ipnotizzava mentre lei mi cavalcava appassionata. Quella immagine era un tarlo ormai, era cosi grosso che non ci stava altro nel mio cranio, le sue mani, i suoi morsi nel momento dell'orgasmo, sentivo il richiamo di quel corpo di giovane femmina che frustava la mia anima con colpi sempre più forti e decisi, fino a lacerarmi il cervello creandomi quei segni nella mente che sapevo non sarebbero andati via facilmente. No, non potevo più punirmi cosi, non potevo andare oltre il desiderio del suo piacere urlato nel mio corpo, non mi dava scampo, non mi permetteva di mantenere la lucidità che il lavoro richiede e quando arrivi a questi limiti devi solo lasciarti andare e vivere i segni lasciando i sogni ad altri momenti. Sbrigate alcune piccole formalità senza nemmeno pensarci e deciderlo, ormai succube del mio tarlo, alzai il ricevitore del telefono in radica e pelle che mi sorrideva malizioso ed invitante dall'angolo destro della scrivania, comporre il numero fu come una liberazione, come un peso che si toglie dal cuore e dalla mente per librarsi alto dove l'oblio del piacere regna sovrano.
Ciao, pranziamo insieme? Sei sola a casa? Bene… non importa, fai tu… anche un piatto di pasta burro e salvia…” “Ok per le 12,15 chiamami, dovrei essere quasi li”. Ma la voglia si sa difficilmente ti permette di ragionare, e quando mi chiama sono a 200 metri da casa sua.. “ ciao Omone, adesso mi faccio una doccia” “non farlo sono sotto casa” “DI GIA'??” “si! aprimi”. Un sorriso splendente, accattivante, dolce e perverso mi accoglie, ci leggo l'entusiasmo, il piacere e la gioia, mi ha sempre colpito forte con il suo modo di esprimere i sentimenti e forse proprio quello mi dava quella invincibilità che sentivo sulla mia pelle, ero pronto a vincere qualsiasi sfida, i peggiori draghi ed i mortali nemici, li avrei abbattuti con un soffio, la forza che mi iniettava come un dolce veleno era linfa vitale per me, una droga, una vera droga, quella che ti rende unico essere al mondo, aumentando le mie percezioni i miei sensi e soprattutto la mia sensibilità. Indossa per me una sottoveste di pizzo, spalline sottili per il giusto risalto al seno, corta quel tanto da lasciarmi intrigare dall'attaccatura delle gambe, scorgo la sua nudità attraverso il pizzo, sento il suo odore di femmina, le mie narici si dilatano nell'inebriarmi del suo odore di felina pantera che ha catturato il suo pasto e si appresta a nutrirsi. Null’altro a coprire le sue forme, i piedi nudi, cosi perfetti nella loro dimensione, armoniosità e sinuosità e le nostre lingue sono già una cosa sola per i nostri corpi che si avvicinano iniziando la danza sensuale dell'amore animale, suoni, vibrazioni, canti antichi e lontani si spargono nella casa portando in ogni angolo la passione e il desiderio. La porta si chiude dietro di noi, tolgo il giaccone a fatica mentre le sue mani scorrono il mio corpo non riesce a staccarsi da me, come io da lei. Mi accompagna fino in cucina, ma non fa altro, le mie mani sono già sui suoi fianchi, la sollevano e si ritrova seduta sul piano di lavoro vicino al lavello. A parte pochi attimi le nostre bocche non si sono mai staccate, ma non frenetiche, dense, avvolgenti e serenamente consapevoli che ci prenderemo il nostro tempo, il nostro ritmo di piacere che sappiamo già sarà pieno e unico come ogni volta. I pantaloni scendono e con una mano le tengo alta una gamba mentre con l’altra punto la mia carne verso il suo fiore. Sono in lei, l'attesa ha moltiplicato i cattivi pensieri e trovo già pronto e umido il nido caldo che aspetta solo di ricevermi. Il suo respiro aumenta vertiginosamente, sento le sue unghie che si affrancano nella carne delle spalle, imprigionandomi a lei, bloccandomi come per conservarmi per sempre dentro di lei, nella mente e nel corpo. Giocando tenta di lamentarsi del fatto che doveva accendere l’acqua per la pasta, ma non rispondo nemmeno, impazzito di lei, del suo essere cosi perversa e dolce, trasgressiva e sinuosa, innocente e libertina, mai fuori tempo mai fuori misura, mi osserva con occhi suadenti e desiderosi, che trasmettono ogni tipo di trasgressione, passione, malizia e oscenità, ma le sue labbra mi parlano innocentemente di pasta da scaldare e di ragù da finire di preparare. Anche questo è gioco di mente, cerebralmente cerchiamo di non scoppiare entrambi di folle passione e carnalità. Ho solo in mente di dare nutrimento al selvatico, l’uomo può aspettare. Sono colpi decisi e pieni i miei, sento il sangue scorrermi nelle vene, ovunque ogni mio angolo più recondito del corpo pulsa di piacere, i miei sensi sono amplificati e resi attenti e ricettivi nell'atto, la mia pelle è un enorme antenna pronta a captare ogni spostamento d'aria, ogni secondo che può donare il piacere maggiore, colpire forte e rapido, per poi rallentare per darle il piacere che ormai conosco e governo, musiche ossessive, risuonano nella mia mente una canzone dei Depeche Mode, "black celebration" con quelle ondate di ritorno, quelle sensazioni forti che spostano il sincopato dalla lontananza per poi tornare prepotenti nella testa, suoni di tamburi e di voci roche e calde come il suo ventre. Esplode la mia testa, persa nell'incredibile ondata di sensualità che avvolge noi due, accogliendoci morbida nella valle del miele, i nostri occhi non si scollano, fissi a guardarci dentro, a leggere il piacere della mente. I suoi seni ondeggiano felicemente al ritmo decretato dai miei reni, il suo miele scorre, riempie e bagna. Fragranze sensuali si elevano nella stanza tutto intorno a noi odori penetranti, vividi sentori di bestialità, la mirra, la liquirizia e il bruciato, i sessi che emanano fragranze capaci di far perdere la testa, prendere i pensieri a renderli liquidi come i nostri umori, assaltano le nostre nari spingendo ancora più in alto il volo dell'anima che forte si libra sopra di noi. Sento inumidirsi lo scroto, copiosamente il suo miele si sparge sul mio corpo, quella leggera diversità di temperatura me lo fa sentire ogni millimetro che si sparge, inonda la mia pelle, bagna il mio piacere, esonda dal suo corpo e mi pare possa avvolgermi completamente, il mio centro del mondo è li che ascolta questo prendere possesso della mia pelle che brucia e si nutre in ogni poro del nettare divino, il nutrimento degli dei è mio e lei me lo dona copioso per rendermi invincibile nel possederla come desidera, dandomi la conoscenza, la volontà e il sapere, scopro i suoi pensieri più porci, le sue fantasie segrete, gli interruttori della sua mente e ne faccio uso sfacciato per renderla pazza, empia ed allacciandole quel collare all'anima che la rende fiera schiava dell'amore e della passione, mi nutre la mente, aumentando a dismisura il mio gusto nel vederla cosi fradicia di me, con me. Esplode il suo primo orgasmo, mentale più che fisico, la situazione, il sapere che potrebbe entrare in ogni istante qualcuno. Il punto in cui siamo è visibile dalla porta d’ingresso, non ci importa, probabilmente se dovesse entrare qualcuno non smetteremmo, come cani che oscenamente si offrono al ludibrio ma i veri cani sono chi osserva e disgusta la natura anche quella umana. ma non è solo quello, il gusto di essere presa così, sentirsi in balia di un animale che usa istinto e bestialità, ma anche attenzione e cura di ogni dettaglio. Occhi negli occhi, sempre, mille parole non dette, mille frasi lascive che non diciamo ma leggiamo negli occhi l'uno dell'altra, si toccano gli occhi, si accarezzano, si eccitano, resi liquidi e dilatati dall'esplosione che entrambi proviamo dentro di noi, pupille dilatate che sono saldate insieme, in questi momenti mi pare di vedere delle piccole braccia che partendo dagli occhi entrando dirette nel cervello e cercano, frugano fino a quell'angolo perso dove alberga il peccato e l'abbandono. Non le do tempo di riprendersi, non le do tempo di ragionare ed arriva l’onda, il susseguirsi di altri orgasmi, questa volta mente e fisico insieme, per un piacere amplificato e aumentato a dismisura. Mi avvisa, con voce rotta dal respiro affannato mi dice che il prossimo è uterino, onde sugli scogli, forti come una mareggiata di fine ottobre, che spazza via ogni cosa, ritmicamente, corre incontro e poi si ritrae, si infrange su di me con quelle unghie che strappano lembi di pelle, incarnate nelle mie spalle, nella mia schiena, sulle mie braccia, entrano in me come io in lei. Urla adesso, urla forte e mi domando se i vicini hanno buone orecchie. Quelle braccia che mi avvolgono e mi bloccano a lei, i suoi denti sul mio trapezio, sento il dolore che sale ma è più forte il piacere e i suoi canini incidono fino alla vena e scorre poco sangue, lo sento uscire da me, lo sento che furioso cerca il passaggio nella crepa per uscire allo scoperto e quando rivedo le sue labbra sono sporche di sangue e la lingua scorre a pulire prima le labbra e poi la ferita che si offre in dono come trofeo di guerra, come lo scalpo del piacere. La faccio scendere ancora attaccati corpo contro corpo cercandoci pelle su pelle, con la paura che un eventuale leggero distacco porti ad un dolore intimo e profondo, mi sistemo su una sedia, è già sopra di me e la danza riprende, tribale, antica, vitale, morbida. Abbandonata sul centro del mondo, due sessi che uniti suonano musiche di tamburi e nenie portate dal vento nel deserto del piacere. Altri piaceri scivolano dentro e fuori di lei ho occhi, orecchie e naso sul quel pezzo di carne che mi ruba e porta dentro il suo corpo, sento, vedo, odoro il suo utero che urla, ride, grida forte lo spasmo dell'orgasmo che prosegue incessante come un martello che picchia in testa e scorre lungo la schiena per sfogarsi, rendersi liquido nel suo ventre caldo. Aggrappata a me riprende ad infilare le sue unghie in me, il mio busto, la mia pelle offerta nell'amore, nel piacere di dare ogni parte per il godimento animale. Il mio sguardo cupo e pieno di bestiale cattiveria la rende ancora + animale nel godere. Nessuno dei due vuole dominare, non serve, siamo entrambi succubi reciprocamente, vuole il mio nettare, lo pretende e desidera. Si gira, appoggiata ad un'altra sedia, mi offre lo spettacolo del suo stupendo culo, perfetto, ne grosso ne magro, agile e nervoso, ondeggia per il mio piacere, per mostrarsi e donarsi come poche sanno fare. Mi aggrappo ai suoi fianchi e la tiro a me con cattiveria e decisione. Adesso io decido i tempi e il ritmo, io prendo possesso del suo corpo e ne faccio il mio piacere. Altro miele scorre, ondate di liquidi avvolgono il mio stelo lo bagnano, lo rendono ancora più sensibile dentro quel caldo nido. Siamo entrambi stremati, ma lei vuole il mio nettare, lo pretende, lo esige, “vienimi sul viso, voglio il tuo seme su di me, come un marchio”. Si inginocchia e la sua testa è tra le mie gambe, quella ondata di capelli mossi, quello sguardo, implorante, desideroso come una bambina davanti al negozio di giocattoli e poi la perversione, l'esplosione vivida del piacere di appartenersi di unirsi con l'anima, le sue lentiggini che da sole mi portano all'erezione, morsica, lecca e annusa il mio scroto. E’ suo e lo gusta come se fosse l’unico cibo che possa fermare i suoi desideri. Mi alzo in piedi e lei sempre li, accoccolata tra le mie gambe con il naso piantato nel mio scroto, lingua che scorre batte, aspira stuzzica e stimola, è attenta ad ogni mio sospiro, ogni mio piccolo segnale che anticipa l'arrivo dell'orgasmo, pronta a ricevere sul viso quel marchio che la rende mia, ma in realtà sono io che mi offro a lei e sono io che mi sento legato a lei, io che mi lascio allacciare il collare sulla mia anima che le dono per custodirla, per proteggerla e farla risplendere grazie alla sua passione. Mi massaggia, mi racconta, mi chiede, mi prega di donarle. I suoi occhi cercano il mio piacere, languidi quasi imploranti di ricevere, di offrirsi, angelo sacrificato al mio orgasmo, al mio essere. Sentirsi Dei e miserabili, l'opposto che inevitabilmente si attrae e rivive contemporaneamente, l'unione e il dividersi, il freddo ed il caldo, il giorno e la notte, l'alba ed il tramonto. La vita e la morte. Alla fine arriva. Il fiume che esonda, la diga che allaga, gocce di lava che scottano e segnano le gote, gli occhi chiusi, le labbra e la lingua che involontariamente esce per prendersi il gusto dolcemente salato. un caldo getto invade le sue guance, il mento, la fronte ed i capelli, la sua mano inizia quel rito, lento fissandomi diretta dentro i miei pensieri, una mano scorre sul seno e stuzzica il capezzolo mentre l'altra sparge, massaggia il viso per coprirlo di nutrimento, ogni centimetro del suo viso viene toccato, inumidito delle mie gocce fino alla fine per poi leccare le dita raccogliendo quel poco che rimane nei solchi tra le dita, pulendole e rendendole lucide. Sono una statua, la guardo nella sua opera senza fiatare, inebriato di quella visione cosi amorevole e nello stesso tempo trasgressiva. Solo chi ama il sesso fatto per tirare fuori l’animale che è in noi, la bestia primitiva che vive dentro comprende, si accomuna, non esistono frontiere, nessuna barricata dove nascondersi, il piacere di mostrarsi nudi, naturali, liberi da qualsiasi parametro, religioso, culturale o di retaggio familiare. L’abbandono totale senza regole, il piacere della carne e soprattutto della mente. Il cervello riscopre quell’urlo fatto di odori, umori, appartenenza e carnalità mentale. Spasimi e urla bestiali, poi è di nuovo seduta sulle mie gambe, dolci coccole di amanti, una miscellanea di emozioni, di percezioni e di appartenenza, respiri che si attenuano, si riprendono dopo ritmi animali, corpi uniti, incollati cercando quella fisicità dolce e forte, amando il tepore corporeo che ci doniamo cercando di sincronizzare il respiro mentre l'abbraccio e stringo il suo petto al mio i sessi uniti accattivante nido per il la mia carne. Restiamo immobili in silenzio per alcuni minuti, contarli è stupido ed inutile, è una eternità, guance contro, labbra che si sfiorano e il silenzio ovattato che attenua ciò che il mondo esterno combina mentre il nostro tempo si è fermato. Ci sediamo a tavola, ma la nostra mente è ancora pregna del nostro odore, del nostro piacere, non riusciamo a staccare gli occhi, specchio di quell'anima che ci siamo scambiati, rubati e donati insieme, le nostre mani si cercano, mangio con la sinistra per avere la mano libera e le nostre dita giocano a sfiorarsi a cercarsi ed accoccolarsi le une insieme alle altre. Non parliamo, dialogano le mani, gli occhi e i nostri sorrisi, quasi alla fine del pasto, la fisso dolcemente e le sussurro "mi ha preso l'anima, bambina, trattamela bene". I suoi occhi amorevoli mi danno risposte che sono marchi indelebili nella mente, marchiati a fuoco sulla roccia della nostra appartenenza.

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