Ormai
era il periodo della passione, in pieno ululare di ormoni, che ci
spingeva a desiderarci per nulla, tutto era collegato, ogni
particolare della giornata spingeva la mente al desiderio di
possederci. Odori, canzoni, riti quotidiani, nulla passava come
evento normale, tutto era l'inizio di un pensiero perverso che
affondava le radici nella bestia che alberga dentro ogni essere
umano, l'animalità e l'istinto primordiale che probabilmente
riusciamo ad esprimere solo nel sesso, nell'amore e nei pensieri più
trasgressivi. Quella settimana il lavoro ebbe un leggero calo, una
flessione naturale e normale che mi portava ad avere maggiore tempo
libero, anche se, sinceramente, avrei potuto avere anche mille
incontri con capi di stato, che il tempo per la mia bambina l'avrei
trovato a costo di rimandare un incontro con il G8! In ufficio quella
mattina avevo già sbrigato ogni incombenza e al caffè delle 10.00
ero già sul sentiero del piacere, insistentemente ormai da qualche
minuto pensavo ossessivamente al suo seno, che turgido e malizioso mi
ipnotizzava mentre lei mi cavalcava appassionata. Quella immagine era
un tarlo ormai, era cosi grosso che non ci stava altro nel mio
cranio, le sue mani, i suoi morsi nel momento dell'orgasmo, sentivo
il richiamo di quel corpo di giovane femmina che frustava la mia
anima con colpi sempre più forti e decisi, fino a lacerarmi il
cervello creandomi quei segni nella mente che sapevo non sarebbero
andati via facilmente. No, non potevo più punirmi cosi, non potevo
andare oltre il desiderio del suo piacere urlato nel mio corpo, non
mi dava scampo, non mi permetteva di mantenere la lucidità che il
lavoro richiede e quando arrivi a questi limiti devi solo lasciarti
andare e vivere i segni lasciando i sogni ad altri momenti. Sbrigate
alcune piccole formalità senza nemmeno pensarci e deciderlo, ormai
succube del mio tarlo, alzai il ricevitore del telefono in radica e
pelle che mi sorrideva malizioso ed invitante dall'angolo destro
della scrivania, comporre il numero fu come una liberazione, come un
peso che si toglie dal cuore e dalla mente per librarsi alto dove
l'oblio del piacere regna sovrano.
“Ciao,
pranziamo insieme? Sei sola a casa? Bene… non importa, fai tu…
anche un piatto di pasta burro e salvia…” “Ok per le 12,15
chiamami, dovrei essere quasi li”. Ma la voglia si sa difficilmente
ti permette di ragionare, e quando mi chiama sono a 200 metri da casa
sua.. “ ciao Omone, adesso mi faccio una doccia” “non farlo
sono sotto casa” “DI GIA'??” “si! aprimi”. Un sorriso
splendente, accattivante, dolce e perverso mi accoglie, ci leggo
l'entusiasmo, il piacere e la gioia, mi ha sempre colpito forte con
il suo modo di esprimere i sentimenti e forse proprio quello mi dava
quella invincibilità che sentivo sulla mia pelle, ero pronto a
vincere qualsiasi sfida, i peggiori draghi ed i mortali nemici, li
avrei abbattuti con un soffio, la forza che mi iniettava come un
dolce veleno era linfa vitale per me, una droga, una vera droga,
quella che ti rende unico essere al mondo, aumentando le mie
percezioni i miei sensi e soprattutto la mia sensibilità. Indossa
per me una sottoveste di pizzo, spalline sottili per il giusto
risalto al seno, corta quel tanto da lasciarmi intrigare
dall'attaccatura delle gambe, scorgo la sua nudità attraverso il
pizzo, sento il suo odore di femmina, le mie narici si dilatano
nell'inebriarmi del suo odore di felina pantera che ha catturato il
suo pasto e si appresta a nutrirsi. Null’altro a coprire le sue
forme, i piedi nudi, cosi perfetti nella loro dimensione, armoniosità
e sinuosità e le nostre lingue sono già una cosa sola per i nostri
corpi che si avvicinano iniziando la danza sensuale dell'amore
animale, suoni, vibrazioni, canti antichi e lontani si spargono nella
casa portando in ogni angolo la passione e il desiderio. La porta si
chiude dietro di noi, tolgo il giaccone a fatica mentre le sue mani
scorrono il mio corpo non riesce a staccarsi da me, come io da lei.
Mi accompagna fino in cucina, ma non fa altro, le mie mani sono già
sui suoi fianchi, la sollevano e si ritrova seduta sul piano di
lavoro vicino al lavello. A parte pochi attimi le nostre bocche non
si sono mai staccate, ma non frenetiche, dense, avvolgenti e
serenamente consapevoli che ci prenderemo il nostro tempo, il nostro
ritmo di piacere che sappiamo già sarà pieno e unico come ogni
volta. I pantaloni scendono e con una mano le tengo alta una gamba
mentre con l’altra punto la mia carne verso il suo fiore. Sono in
lei, l'attesa ha moltiplicato i cattivi pensieri e trovo già pronto
e umido il nido caldo che aspetta solo di ricevermi. Il suo respiro
aumenta vertiginosamente, sento le sue unghie che si affrancano nella
carne delle spalle, imprigionandomi a lei, bloccandomi come per
conservarmi per sempre dentro di lei, nella mente e nel corpo.
Giocando tenta di lamentarsi del fatto che doveva accendere l’acqua
per la pasta, ma non rispondo nemmeno, impazzito di lei, del suo
essere cosi perversa e dolce, trasgressiva e sinuosa, innocente e
libertina, mai fuori tempo mai fuori misura, mi osserva con occhi
suadenti e desiderosi, che trasmettono ogni tipo di trasgressione,
passione, malizia e oscenità, ma le sue labbra mi parlano
innocentemente di pasta da scaldare e di ragù da finire di
preparare. Anche questo è gioco di mente, cerebralmente cerchiamo di
non scoppiare entrambi di folle passione e carnalità. Ho solo in
mente di dare nutrimento al selvatico, l’uomo può aspettare. Sono
colpi decisi e pieni i miei, sento il sangue scorrermi nelle vene,
ovunque ogni mio angolo più recondito del corpo pulsa di piacere, i
miei sensi sono amplificati e resi attenti e ricettivi nell'atto, la
mia pelle è un enorme antenna pronta a captare ogni spostamento
d'aria, ogni secondo che può donare il piacere maggiore, colpire
forte e rapido, per poi rallentare per darle il piacere che ormai
conosco e governo, musiche ossessive, risuonano nella mia mente una
canzone dei Depeche Mode, "black celebration" con quelle
ondate di ritorno, quelle sensazioni forti che spostano il sincopato
dalla lontananza per poi tornare prepotenti nella testa, suoni di
tamburi e di voci roche e calde come il suo ventre. Esplode la mia
testa, persa nell'incredibile ondata di sensualità che avvolge noi
due, accogliendoci morbida nella valle del miele, i nostri occhi non
si scollano, fissi a guardarci dentro, a leggere il piacere della
mente. I suoi seni ondeggiano felicemente al ritmo decretato dai miei
reni, il suo miele scorre, riempie e bagna. Fragranze sensuali si
elevano nella stanza tutto intorno a noi odori penetranti, vividi
sentori di bestialità, la mirra, la liquirizia e il bruciato, i
sessi che emanano fragranze capaci di far perdere la testa, prendere
i pensieri a renderli liquidi come i nostri umori, assaltano le
nostre nari spingendo ancora più in alto il volo dell'anima che
forte si libra sopra di noi. Sento inumidirsi lo scroto, copiosamente
il suo miele si sparge sul mio corpo, quella leggera diversità di
temperatura me lo fa sentire ogni millimetro che si sparge, inonda la
mia pelle, bagna il mio piacere, esonda dal suo corpo e mi pare possa
avvolgermi completamente, il mio centro del mondo è li che ascolta
questo prendere possesso della mia pelle che brucia e si nutre in
ogni poro del nettare divino, il nutrimento degli dei è mio e lei me
lo dona copioso per rendermi invincibile nel possederla come
desidera, dandomi la conoscenza, la volontà e il sapere, scopro i
suoi pensieri più porci, le sue fantasie segrete, gli interruttori
della sua mente e ne faccio uso sfacciato per renderla pazza, empia
ed allacciandole quel collare all'anima che la rende fiera schiava
dell'amore e della passione, mi nutre la mente, aumentando a
dismisura il mio gusto nel vederla cosi fradicia di me, con me.
Esplode il suo primo orgasmo, mentale più che fisico, la situazione,
il sapere che potrebbe entrare in ogni istante qualcuno. Il punto in
cui siamo è visibile dalla porta d’ingresso, non ci importa,
probabilmente se dovesse entrare qualcuno non smetteremmo, come cani
che oscenamente si offrono al ludibrio ma i veri cani sono chi
osserva e disgusta la natura anche quella umana. ma non è solo
quello, il gusto di essere presa così, sentirsi in balia di un
animale che usa istinto e bestialità, ma anche attenzione e cura di
ogni dettaglio. Occhi negli occhi, sempre, mille parole non dette,
mille frasi lascive che non diciamo ma leggiamo negli occhi l'uno
dell'altra, si toccano gli occhi, si accarezzano, si eccitano, resi
liquidi e dilatati dall'esplosione che entrambi proviamo dentro di
noi, pupille dilatate che sono saldate insieme, in questi momenti mi
pare di vedere delle piccole braccia che partendo dagli occhi
entrando dirette nel cervello e cercano, frugano fino a quell'angolo
perso dove alberga il peccato e l'abbandono. Non le do tempo di
riprendersi, non le do tempo di ragionare ed arriva l’onda, il
susseguirsi di altri orgasmi, questa volta mente e fisico insieme,
per un piacere amplificato e aumentato a dismisura. Mi avvisa, con
voce rotta dal respiro affannato mi dice che il prossimo è uterino,
onde sugli scogli, forti come una mareggiata di fine ottobre, che
spazza via ogni cosa, ritmicamente, corre incontro e poi si ritrae,
si infrange su di me con quelle unghie che strappano lembi di pelle,
incarnate nelle mie spalle, nella mia schiena, sulle mie braccia,
entrano in me come io in lei. Urla adesso, urla forte e mi domando se
i vicini hanno buone orecchie. Quelle braccia che mi avvolgono e mi
bloccano a lei, i suoi denti sul mio trapezio, sento il dolore che
sale ma è più forte il piacere e i suoi canini incidono fino alla
vena e scorre poco sangue, lo sento uscire da me, lo sento che
furioso cerca il passaggio nella crepa per uscire allo scoperto e
quando rivedo le sue labbra sono sporche di sangue e la lingua scorre
a pulire prima le labbra e poi la ferita che si offre in dono come
trofeo di guerra, come lo scalpo del piacere. La faccio scendere
ancora attaccati corpo contro corpo cercandoci pelle su pelle, con la
paura che un eventuale leggero distacco porti ad un dolore intimo e
profondo, mi sistemo su una sedia, è già sopra di me e la danza
riprende, tribale, antica, vitale, morbida. Abbandonata sul centro
del mondo, due sessi che uniti suonano musiche di tamburi e nenie
portate dal vento nel deserto del piacere. Altri piaceri scivolano
dentro e fuori di lei ho occhi, orecchie e naso sul quel pezzo di
carne che mi ruba e porta dentro il suo corpo, sento, vedo, odoro il
suo utero che urla, ride, grida forte lo spasmo dell'orgasmo che
prosegue incessante come un martello che picchia in testa e scorre
lungo la schiena per sfogarsi, rendersi liquido nel suo ventre caldo.
Aggrappata a me riprende ad infilare le sue unghie in me, il mio
busto, la mia pelle offerta nell'amore, nel piacere di dare ogni
parte per il godimento animale. Il mio sguardo cupo e pieno di
bestiale cattiveria la rende ancora + animale nel godere. Nessuno dei
due vuole dominare, non serve, siamo entrambi succubi reciprocamente,
vuole il mio nettare, lo pretende e desidera. Si gira, appoggiata ad
un'altra sedia, mi offre lo spettacolo del suo stupendo culo,
perfetto, ne grosso ne magro, agile e nervoso, ondeggia per il mio
piacere, per mostrarsi e donarsi come poche sanno fare. Mi aggrappo
ai suoi fianchi e la tiro a me con cattiveria e decisione. Adesso io
decido i tempi e il ritmo, io prendo possesso del suo corpo e ne
faccio il mio piacere. Altro miele scorre, ondate di liquidi
avvolgono il mio stelo lo bagnano, lo rendono ancora più sensibile
dentro quel caldo nido. Siamo entrambi stremati, ma lei vuole il mio
nettare, lo pretende, lo esige, “vienimi sul viso, voglio il tuo
seme su di me, come un marchio”. Si inginocchia e la sua testa è
tra le mie gambe, quella ondata di capelli mossi, quello sguardo,
implorante, desideroso come una bambina davanti al negozio di
giocattoli e poi la perversione, l'esplosione vivida del piacere di
appartenersi di unirsi con l'anima, le sue lentiggini che da sole mi
portano all'erezione, morsica, lecca e annusa il mio scroto. E’ suo
e lo gusta come se fosse l’unico cibo che possa fermare i suoi
desideri. Mi alzo in piedi e lei sempre li, accoccolata tra le mie
gambe con il naso piantato nel mio scroto, lingua che scorre batte,
aspira stuzzica e stimola, è attenta ad ogni mio sospiro, ogni mio
piccolo segnale che anticipa l'arrivo dell'orgasmo, pronta a ricevere
sul viso quel marchio che la rende mia, ma in realtà sono io che mi
offro a lei e sono io che mi sento legato a lei, io che mi lascio
allacciare il collare sulla mia anima che le dono per custodirla, per
proteggerla e farla risplendere grazie alla sua passione. Mi
massaggia, mi racconta, mi chiede, mi prega di donarle. I suoi occhi
cercano il mio piacere, languidi quasi imploranti di ricevere, di
offrirsi, angelo sacrificato al mio orgasmo, al mio essere. Sentirsi
Dei e miserabili, l'opposto che inevitabilmente si attrae e rivive
contemporaneamente, l'unione e il dividersi, il freddo ed il caldo,
il giorno e la notte, l'alba ed il tramonto. La vita e la morte. Alla
fine arriva. Il fiume che esonda, la diga che allaga, gocce di lava
che scottano e segnano le gote, gli occhi chiusi, le labbra e la
lingua che involontariamente esce per prendersi il gusto dolcemente
salato. un caldo getto invade le sue guance, il mento, la fronte ed i
capelli, la sua mano inizia quel rito, lento fissandomi diretta
dentro i miei pensieri, una mano scorre sul seno e stuzzica il
capezzolo mentre l'altra sparge, massaggia il viso per coprirlo di
nutrimento, ogni centimetro del suo viso viene toccato, inumidito
delle mie gocce fino alla fine per poi leccare le dita raccogliendo
quel poco che rimane nei solchi tra le dita, pulendole e rendendole
lucide. Sono una statua, la guardo nella sua opera senza fiatare,
inebriato di quella visione cosi amorevole e nello stesso tempo
trasgressiva. Solo chi ama il sesso fatto per tirare fuori l’animale
che è in noi, la bestia primitiva che vive dentro comprende, si
accomuna, non esistono frontiere, nessuna barricata dove nascondersi,
il piacere di mostrarsi nudi, naturali, liberi da qualsiasi
parametro, religioso, culturale o di retaggio familiare. L’abbandono
totale senza regole, il piacere della carne e soprattutto della
mente. Il cervello riscopre quell’urlo fatto di odori, umori,
appartenenza e carnalità mentale. Spasimi e urla bestiali, poi è di
nuovo seduta sulle mie gambe, dolci coccole di amanti, una
miscellanea di emozioni, di percezioni e di appartenenza, respiri che
si attenuano, si riprendono dopo ritmi animali, corpi uniti,
incollati cercando quella fisicità dolce e forte, amando il tepore
corporeo che ci doniamo cercando di sincronizzare il respiro mentre
l'abbraccio e stringo il suo petto al mio i sessi uniti accattivante
nido per il la mia carne. Restiamo immobili in silenzio per alcuni
minuti, contarli è stupido ed inutile, è una eternità, guance
contro, labbra che si sfiorano e il silenzio ovattato che attenua ciò
che il mondo esterno combina mentre il nostro tempo si è fermato.
Ci sediamo a tavola, ma la nostra mente è ancora pregna del nostro
odore, del nostro piacere, non riusciamo a staccare gli occhi,
specchio di quell'anima che ci siamo scambiati, rubati e donati
insieme, le nostre mani si cercano, mangio con la sinistra per avere
la mano libera e le nostre dita giocano a sfiorarsi a cercarsi ed
accoccolarsi le une insieme alle altre. Non parliamo, dialogano le
mani, gli occhi e i nostri sorrisi, quasi alla fine del pasto, la
fisso dolcemente e le sussurro "mi ha preso l'anima, bambina,
trattamela bene". I suoi occhi amorevoli mi danno risposte che
sono marchi indelebili nella mente, marchiati a fuoco sulla roccia
della nostra appartenenza.
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